Viva la maestra che cantava “Viva la gente”!

1356° giorno post-Ikea.

Grembiule nero e colletto bianco con appesi certi fiocchi blu o rosa che, a dirla tutta, ci facevano sembrare quasi più pacchi di Natale che bambini di sei anni pettinati a puntino per il loro primo giorno di scuola. A settembre, in quei resti d’estate, noi stavamo per scoprire la prima lettera del nostro alfabeto. Tutti in piedi c’è la signora maestra e allora “Buoooongiornooo” in coro con infantile solennità. Ogni giorno sarebbe stato così. Dalla prima alla quinta elementare. La maestra Luciana o meglio “la Mattioni” come la chiamavano tutti qui in paese, arrivava a scuola con la sua Cinquecento avorio. Abitavamo lungo la stessa strada e se per caso la vedevo passare con quel piccolo bolide di puntualità, per me era il segno che anche quella mattina avrei dovuto rincorrere la prima campanella. In classe lei era la maestra di tutti e, per quei cinque anni, ognuno, in cuor suo, sapeva che sarebbe stata solo “la nostra”.

I numeri in colore come le costruzioni, i disegni sui cartelloni con i boccoli della sua bella scrittura arricciata, il banco da solo in fondo “così non chiaccheri” e quello davanti per i distratti, le favole scritte da noi e le ricerche sull’enciclopedia, le bugie divertenti di Pinocchio e i ragazzi troppo bravi del libro “Cuore”, il quaderno a quadretti piccoli e quello delle parole difficili, i flaconi delle tempere con i grumi e la china aspra dei lavoretti per la festa della mamma e del papà, il coro, la recita e la Pasquella di Natale, le poesie a memoria e il commento, la preghiera prima di iniziare e le offerte per le missioni in Africa di don Vittorione, le corse a ricreazione “ma senza sudare” e quelle con lei che batteva il tamburello nell’ora di ginnastica, le cartine di geografia fatte tutte a mano libera, il gioco del fazzoletto e “Viva la gente”, gli amici di penna che stavano a Torino, la fila per due e il pulmino giallo della gita, i compiti delle vacanze e il capoclasse eletto con i bigliettini una volta al mese, il gelato che ci offriva sempre l’ultimo giorno di scuola.

In ognuna di queste cose c’era una lezione. Dovevamo guardarci bene intorno per vedere meglio che forma dare a noi stessi. Dopo cinque anni passati sotto il suo calandro, le nostre vite erano licenziate per scrivere le loro storie. Per guardare oltre l’orizzonte piccolo di quella conca di provincia rimasta tra le colline, e avere magari il coraggio di provare ad esser qualcun altro. Ma con i piedi e la memoria nel cuore della nostra terra. Dove siamo cresciuti e dove la maestra Luciana ci ha insegnato a leggere, a scrivere e ad essere uomini. Grazie.

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