26/12…02/01 il bello viene sempre dopo…

chiamateli…se volete AUGURI.

Goccia

Una goccia. Precisa nella sua traiettoria, tenace sulla roccia che scava, silenziosa ma efficace. E’ vero, una cascata è più fragorosa, ma nel suo salto precipitoso finiscono per perdersi tante cose. Una goccia, invece, lascia il segno. Compie un lavoro apparentemente in disparte. Il suo rumore infaticabile è un ritmo che non si arresta. Sai bene che c’è e quello che sta facendo. Non ci gira intorno, una goccia va dritta al punto. Sa ascoltare perchè ha memoria. Si ricorda sempre da dove viene. Conosce il suo mondo, gli sorride, a volte borbotta e, anche quando se ne va, lo fa adagio. Con discrezione. Tornata all’acqua, lascia tanti lembi di sè negli occhi di chi, ogni giorno, l’ha vista essere goccia, fiume e mare. Altre gocce ora dovranno continuare quell’Oceano. Ci siamo perchè tu ci sei. Per sempre. Grazie presidente, grazie Gigi!

Lo specchio della porta

Fosse la volta buona. Lo sperava con ogni atomo del suo corpo. Geraldo era partito dalla sua porta. Finalmente. Non ce la faceva più. Lo stadio visto tra i pali bianchi di quella cornice estrema era simile all’orizzonte piccolo di un ergastolano. Ai lavori forzati. Ora che l’aveva ai piedi, però, la palla di piombo della sua condanna s’era fatta d’aria compressa. All’improvviso leggera, se la portava con sè in quella corsa di rimbalzi. Davanti agli occhi l’obiettivo di una vita. Intorno lo stupore zittito della tribuna e le urla al vento della panchina. Gli serviva solo l’occasione giusta, l’attimo del coraggio, dell’adesso o mai più. Senza indecisioni. Non poteva più permettersele. Già quella commessa da bambino gli aveva innescato la spinta del gesto forsennato nel quale oggi si stava avventurando. Quel gol mangiato a porta vuota nella partita più importante di un torneo di figurine appicciose, lo aveva precipitato al ruolo eterno di ultimo difensore. L’unico che usa le mani in un gioco dove tutti gli altri tirano calci. Mentre ci ripensava, aveva ormai alle spalle il recinto della sua area di rigore. Le mani gli friggevano bendate dal cuoio di quei guanti bianchi, troppo puliti per essere di un portiere vero. Eppure lui lo era e come.

Erano più di milleottocentosedici minuti che nessuno riusciva a segnargli. Un primato di imbattibilità che lo aveva reso un idolo nel suo girone di terza categoria. Un idolo, come spesso accade, terribilmente annoiato. Sì, perché Geraldo quel record non l’aveva messo su con chissà quali parate o colpi di reni. A lui era, infatti, bastato stare al suo posto e prodursi al massimo in qualche raro rinvio da fondo campo. Era molto difficile che gli avversari giungessero dalle parti delle sua porta. Se per caso avveniva, però, quell’ardore offensivo si spegneva puntualmente lontano dalla linea orizzontale covata dalla traversa. Come se ci fosse un muro. Una strana barriera invisibile. Lo aveva capito pure lui intorno alla ottava partita senza reti, dopo che tutto il bar e mezzo paese avevano dato il merito di quell’inviolabilità solo alla prontezza della difesa. Quasi dimenticassero che il terzino destro della sua squadra era lo stesso uomo che avevano ribattezzato “Pedicalento” e che quello sinistro aveva un tocco di palla secondo solo a Gambadilegno.

Geraldo, invece, era uno di quelli che passava facilmente inosservato. Forse perché a lungo si era lasciato in pace. Fin troppo. Fino al giorno in cui – persuaso che tanto quella sfera di cuoio non sarebbe mai andata oltre – alzò le braccia dritte su di sé e afferrò la traversa per issarvici sopra. Appollaiato lì come una gallina al guinzaglio, gli era sembrato di vedere dovunque. Oltre la rete verde di quel prato verde piantato di buche e tacchetti. In cima a quelle due file di panchine sbilenche che qualcuno, con presunzione, chiamava spalti e da dove, in quel momento di inaudita “sospensione”, molti gli avevano imprecato contro mille maleparole. Il tempo di una ripartenza e fu di nuovo precipitato nella terrestre gravità del giuoco del pallone. I suoi piedi finirono nel gesso di una nuvola bianca sulla linea di porta. Quel confine sottile tra vittoria e sconfitta, talvolta segnato dalla croce del pareggio. Proprio da quella oggi aveva scelto di fuggire, dallo zero a zero dei suoi 33 anni. Ancorato a una palla che ora spazzolava imperterrito a piedi in un trafelato arrembaggio di corsa.

E come nessuno riusciva da tempo a mettergliela in rete, ora che era ben oltre la metà del rettangolo di gioco, non c’era avversario che, tra scivolate e contrasti, trovasse il modo di staccargliela. Manco fosse Garrincha. In fondo a lui del calcio non è che gliene importasse poi molto. Lui che non prenotava mai tre giorni prima il tavolo in pizzeria se il sabato sulla pay-tv c’era l’anticipo di serie A. Lui che in quella squadra ci giocava perché, il più delle volte, la domenica erano undici contati. Trenta metri, ventinove, ventotto. La porta di là intanto era di nuovo più grande di lui, mentre l’arbitro mordeva il fischietto. Ventisette, ventisei come gli anni a cui si era laureato in Economia e Commercio. Ma per vivere faceva il ragioniere a stipendio. Venticinque, ventiquattro, ventitre, ventidue, ventuno, venti come le partite che non prendeva gol. Ora, però, era lui che voleva segnarne uno. Ostinatamente. Diciotto, diciasette, sedici. La giusta distanza di fronte allo specchio della porta. Con tutta la forza che aveva in corpo, tutta la mira che c’era nei suoi occhi e tanto mal di pancia, diede quel calcio. Il pallone partì radente al suolo, basso basso. Ogni singolo pezzo di cui era conciato fischiava aria nella direzione esatta. L’urlo di Geraldo gli faceva da scia. Perfettamente immobile il portiere avversario. Come lui tante volte. Palo!

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Viva la maestra che cantava “Viva la gente”!

1356° giorno post-Ikea.

Grembiule nero e colletto bianco con appesi certi fiocchi blu o rosa che, a dirla tutta, ci facevano sembrare quasi più pacchi di Natale che bambini di sei anni pettinati a puntino per il loro primo giorno di scuola. A settembre, in quei resti d’estate, noi stavamo per scoprire la prima lettera del nostro alfabeto. Tutti in piedi c’è la signora maestra e allora “Buoooongiornooo” in coro con infantile solennità. Ogni giorno sarebbe stato così. Dalla prima alla quinta elementare. La maestra Luciana o meglio “la Mattioni” come la chiamavano tutti qui in paese, arrivava a scuola con la sua Cinquecento avorio. Abitavamo lungo la stessa strada e se per caso la vedevo passare con quel piccolo bolide di puntualità, per me era il segno che anche quella mattina avrei dovuto rincorrere la prima campanella. In classe lei era la maestra di tutti e, per quei cinque anni, ognuno, in cuor suo, sapeva che sarebbe stata solo “la nostra”.

I numeri in colore come le costruzioni, i disegni sui cartelloni con i boccoli della sua bella scrittura arricciata, il banco da solo in fondo “così non chiaccheri” e quello davanti per i distratti, le favole scritte da noi e le ricerche sull’enciclopedia, le bugie divertenti di Pinocchio e i ragazzi troppo bravi del libro “Cuore”, il quaderno a quadretti piccoli e quello delle parole difficili, i flaconi delle tempere con i grumi e la china aspra dei lavoretti per la festa della mamma e del papà, il coro, la recita e la Pasquella di Natale, le poesie a memoria e il commento, la preghiera prima di iniziare e le offerte per le missioni in Africa di don Vittorione, le corse a ricreazione “ma senza sudare” e quelle con lei che batteva il tamburello nell’ora di ginnastica, le cartine di geografia fatte tutte a mano libera, il gioco del fazzoletto e “Viva la gente”, gli amici di penna che stavano a Torino, la fila per due e il pulmino giallo della gita, i compiti delle vacanze e il capoclasse eletto con i bigliettini una volta al mese, il gelato che ci offriva sempre l’ultimo giorno di scuola.

In ognuna di queste cose c’era una lezione. Dovevamo guardarci bene intorno per vedere meglio che forma dare a noi stessi. Dopo cinque anni passati sotto il suo calandro, le nostre vite erano licenziate per scrivere le loro storie. Per guardare oltre l’orizzonte piccolo di quella conca di provincia rimasta tra le colline, e avere magari il coraggio di provare ad esser qualcun altro. Ma con i piedi e la memoria nel cuore della nostra terra. Dove siamo cresciuti e dove la maestra Luciana ci ha insegnato a leggere, a scrivere e ad essere uomini. Grazie.

Matteo Bruno e tutti quelli che…Cane Secco

1189° giorno post-Ikea.

Lo so che sembro un matusalemme a dirlo, ma questo video è stato una simpatica sorpresa d’inizio 2010 se non altro perchè mette in luce un giovane che per fortuna non c’entra niente con alcuni sfigati della sua età che spesso fanno notizia per altri nefasti motivi. Questo ragazzo romano ha 19 anni e nel giro di pochi giorni è diventato un autentico fenomeno della Rete. Il suo nome è Matteo Bruno e per adesso chiamiamolo ancora soltanto “videomaker”. Ha faccia ed espressività alla Jim Carrey, un senso dell’umorismo già ben affilato e con capacità tecniche di ripresa e di montaggio non da sottovalutare. Date un’occhiata ai cortometraggi sul suo canale You Tube, dove si fa chiamare “Cane Secco”. Vedremo… Intanto, ecco “l’opera” che lo sta rendendo una piccola stella del “Tu Tubo”. Bravo Matteo, era ora che qualcuno tirasse una bella riga sui miliardi di “non indispensabili” gruppi Facebook a base di “Tutti quelli che…”

duemila10

1187° giorno post-Ikea.

Si ricomincia…un altro bel giro sulla giostra della vita…

duemila10

due zero uno zero
venti dieci
duocentouno zero
2009 + 1

guardalo come vuoi

non è un fatto di fortuna
perché
TU hai già tutti i NUMERI
per farlo essere
un GRANDE ANNO

2 0 1 0

nervature

1182° giorno post-Ikea.

Come un oggetto volante non identificato all’improvviso il buon vecchio In punta  di penna torna a farsi avvistare dai radar dei vostri feed RSS.  Ormai rapito da tempo dagli abitanti del pianeta Facebook, è riuscito ad evadere dal vizioso circolo del Faccialibro per una rapida postata sul suo trascuratissimo, ma mai dimenticato blog. E riaprendolo ha trovato che tra le ragnatele c’è ancora vita. Sì, peccato che molti mi abbiano scambiato come l’ufficio collocamento di Ikea, inviandomi curriculum e accorate richieste di assunzione.  Ragazzi, capisco la vostra situazione in questi tempi non facili, ma purtroppo non è me che dovete contattare per trovare lavoro da mister Ingvar Kamprad…semmai  provate a rivolgervi  QUI.  A voi e a tutti gli altri amici di IPDP dedico, invece, la mia ultima assurda creazione…buona visione e…BUON VENTO!!!

n e r v a t u r e

nei segreti delle cortecce
stanno i segni dei sogni
messaggi proibiti
agli occhi vigliacchi

nel bozzolo finto
di lana e latta
restano a galla
misti resti
di sparsi manieri

latte e sale
nella ghisa fusa
un miocardio arreso
con il gusto dentro
di una dolce bugia.

Nonostante tutto è Pasqua…

921° giorno post-Ikea.

Ecco un’altra storia triste di quella giornata maledetta che ha messo sottosopra tutto e tutti. Lei si chiamava Alessandra Cora ed era una giovane cantante di 23 anni. Imperfetto è il tempo del verbo, ingiusto purtroppo il suo destino: sbocciata l’8 gennaio del 1986 a Capri e strappata alla vita il 6 aprile 2009 a L’Aquila.

Sì, nonostante tutto è Pasqua. Anche in Abruzzo. Anche senza casa e con in testa solo il rumore di quel boato orribile. In questo video firmato dal regista Ferzan Ozpetek, il ricordo della voce di Alessandra e la fotografia delle profonde ferite ad una terra che vuole presto ritrovarsi.

Per pensarci.